Dal link: http://iltempo.ilsole24ore.com/2008/09/24/930820-mercati_rionali_mito_rischio_estinzione.shtml
Appesi tra ciò che sempre hanno rappresentato per la città - folklore, arte, momenti di vita vissuta - e quello che rappresentano oggi, in piena crisi dei consumi, cambiamenti della società, boom di centri commerciali e grande distribuzione.
Non è un caso se da un paio di anni si parla quasi esclusivamente di affari che vanno a picco, mentre la grande distribuzione cresce, raddoppia il fatturato e in alcuni quartieri ha fatto sparire i «piccoli». Tra tutti è forse proprio lei, per i mercati, il nemico più difficile da combattere. Quella che ha raggiunto a Roma una densità pari a 224 metri ogni mille abitanti e con la realizzazione dei progetti in corso prevede di arrivare a 434 metri quadrati (la densità nazionale è 329). Solo lo scorso anno sono stati inaugurati ben cinque centri commerciali, tra cui Porta di Roma, Roma Est e i mega Central Market Da Vinci per un totale di 265.000 mq.
Anche dal punto di vista della convenienza è diventato difficile per il proprietario di un banco stare dietro alle offerte e alle promozioni di super e ipermercati. Ci si aggrappa allora al rapporto con il cliente, si cerca di fidelizzarlo, ma non sempre si riesce. Oggi chi va al mercato è portato a guardare la merce esposta senza neanche più toccarla e ha smesso ormai da un bel po' di tempo di comprare frutta e verdura al chilo, puntando direttamente su «3,4 mele», «2 pesche», «un cespo di insalata»: «È così che si tiene sotto controllo il portafogli».
E questo vale per i mercati grandi e strutturati come Testaccio o Trionfale, come per quelli più piccoli, semi nascosti nelle stradine dei vari quartieri, visibili e conosciuti soltanto dai residenti più anziani. Eppure i mercati vivono, cercano di trasformarsi, si strutturano, sforzandosi di far convivere tradizione e modernità senza tuttavia aver ancora imboccato una strada precisa. E i movimenti dei venditori, il richiamare ad alta voce la qualità della merce esposta, il romanesco che echeggia da un banco all'altro, improvvisamente «stridono» con il profumo del kebab di alcuni stand gestiti da stranieri, mentre i colori della frutta si confondono con quelli della merce contraffatta su altri banchi messi su alla meno peggio.
È anche un momento di ricambio per gli operatori del settore, 4 mila proprietari di postazioni a Roma, che si misurano con l'avanzata degli stranieri, più spesso cittadini del Bangladesch. Poi ci sono i discorsi sulla «ristrutturazione della rete mercatale, sulle riqualificazioni, spostamenti della sede, l'allungamento degli orari di apertura», portati avanti di recente anche dall'amministrazione comunale e condivisi con la maggior parte dei rappresentanti del settore.
Discorsi, però, che non di rado si scontrano con la realtà fatta di casi, come quello del mercato di piazza Irnerio, che da quando si è spostato e si è arricchito di banchi grandi e strutturati, ha perso circa il 20% dei clienti. Oppure, il caso di via della Primavera a Centocelle, 140 banchi con la «vecchia» struttura che è naufragata a favore di una nuova e sicuramente più bella, che ha visto però chiudere dopo appena un anno oltre 40 banchi. E ancora, il caso più eclatante e attuale, il nuovo mercato di Ponte Milvio che a luglio si è spostato in una sede moderna che conta oltre 70 banchi e un centro commerciale. La gente, però, ammette che preferiva il «vecchio» mercato e i dettaglianti hanno visto crollare in soli tre mesi i loro affari anche del 60%.
È chiaro, andare in una struttura più all'avanguardia significa sopportare costi di affitto e di gestione più alti e in questo momento di crisi del settore, la parola d'ordine è cautela. Ma anche che i consumatori sono imprevedibili e forse non sempre a tutto c'è una spiegazione. «Ci interroghiamo molto su cosa stia succedendo oggi nei mercati - ammette Mario Luciano, presidente Anva-Confesercenti - purtroppo però una spiegazione ancora non l'abbiamo trovata. Noi stessi spingiamo a modernizzare, a creare una rete di mercati funzionale, a innovare per reggere la competizione della grande distribuzione, ma i fatti ci smentiscono. O forse è semplicemente un regresso inevitabile». Difficile, tuttavia, pensare di tornare indietro.
Lo stesso Centro Agroalimentare di Roma ha dato il via a questa fase di grossi cambiamenti modificando gli orari di apertura della struttura e sfidando ire e lamentele di gran parte dei dettaglianti. Ora si chiede loro di non chiudere neanche il pomeriggio come infondo è giusto che sia per strutture al passo con i tempi. Ma i dettaglianti tremano perché, dicono, chi già oggi fa orario prolungato guadagna poco e niente, oltre al fatto di doverselo permettere magari ingaggiando qualcuno al suo posto. Così, se senti il loro parere, due su tre vorrebbero che il Car tornasse a riaprire di notte. A parte i giovani, che magari hanno preso il posto dei padri. Fanno parte di un'altra generazione e ad alzarsi alle tre del mattino non ci pensano per niente. Il futuro dei mercati? Forse va chiesto proprio a loro.
Articolo di Damiana Verucci (24/09/2008) |